Nei primi mesi dell’emergenza coronavirus è emerso un vivace scontro tra i membri latini e quelli germanici dell’Unione Europea in merito al dovere di solidarietà comune nei confronti dei paesi più colpiti: i primi accusavano i secondi di opportunismo ed egoismo, questi ultimi viceversa accusavano quelli di essere spreconi e disorganizzati. Ne ho dato conto, in modo non del tutto imparziale, nel Diary from the quarantine, scritto proprio durante il primo mese di confinamento sanitario in Italia.
A distanza di qualche mese, e a mente più fredda, mi è tornata voglia di affrontare l’argomento, partendo questa volta dai soli dati numerici forniti dall’Unione Europea tramite l’Eurostat: in particolare ho considerato la somma versata annualmente da ciascun membro all’Unione e quella ricevutane, il numero di abitanti e il PIL annuo (quest’ultimo dato l’ho preso dal FMI).
Per semplicità ho lavorato sul 2019, ma i numeri sono stati abbastanza costanti nel corso del triennio 2017-2019. A margine, le date spiegano perché compaiano ancora i dati della Gran Bretagna, oggi invece fuori dall’Unione.

Nella figura 1 ho incolonnato per ciascuno stato la somma versata, la somma ricevuta, il saldo assoluto e il saldo percentuale tra le due voci nel 2019, nonché il saldo percentuale medio del triennio 2017-2019.

Nella figura 2 ho incolonnato il PIL del paese, il numero di abitanti e quindi il PIL pro capite nel 2019.

Nella figura 3 ho iniziato a elaborare i dati, ricavando dalla cifra versata all’Unione e dal numero di abitanti di ciascuno stato la cifra versata e ricevuta pro capite, il relativo saldo in euro e il controvalore ricevuto da ciascun abitante per ciascun euro versato.

Nella figura 4 ho introdotto una mia invenzione (se così posso definirla), ossia l’indice di generosità, declinato in indice di generosità grezzo e indice di generosità bilanciato. Per prima cosa ho diviso il PIL per la somma versata, il che restituisce la frazione di PIL a cui corrisponde il versamento. Essendo questa frazione mediamente un centesimo, dividendo 100 per la detta frazione si ottiene un numero che ho chiamato indice di generosità grezzo, dove a numero minore equivale minore generosità. Grezzo appunto perché ho comparato i soli PIL e versamento all’Unione senza altre considerazioni.
Incrociando con una divisione questo indice con il controvalore ricevuto per ciascun euro versato, ho ottenuto un indice di generosità bilanciato, ossia che tiene conto anche dell’aspettativa di ritorno del denaro investito.
Per spiegarla più semplicemente: se io ho 5 euro e ne verso 2 sono in proporzione più generoso di una persona che ne ha 9 e ne versa 3 (indice di generosità grezzo). Se però io so che versando 2 euro me ne verranno restituiti 3 e l’altra persona sa che dei suoi 3 gliene ritorneranno 2, non è detto che sia ancora io il più generoso in proporzione (indice di generosità bilanciato).

Ciò raccontato, ognuno può vedere i risultati di questi indici di generosità nella figura 4.
Tuttavia mi preme sottolineare che qui non intendo né trarre conclusioni né rovesciare le considerazioni scritte a caldo nel diario, la cui validità di fondo mi pare spesso confermata da più parametri extra finanziari. Inoltre, non essendo né uno statistico né un economista, sono consapevole che si tratta di una semplice speculazione e che potrei anche avere preso dei granchi. Per non dire che ogni valutazione basata sui soli PIL e flussi di cassa è necessariamente incompleta e approssimativa e, in ultima analisi, spesso fuorviante.
Tuttavia rivendico l’utilità dell’esercizio, perché è solo cercando di guardare le cose sempre da punti di vista nuovi e diversi che si può arrivare a capirle un po’ meglio, che si possono vedere i propri eventuali passi falsi, che si può arrivare a capire anche le ragioni dell’altro, senza trovarsi sempre sulle barricate a ragliare slogan e parole d’ordine.

Dixi.

Indice di generosità