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Daniele Lucchini
Geografia e sociologia della fiaba
112 pagine
prima edizione 2006
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Quando lo storico (o il geografo, l'etnografo, il sociologo)
cita una fiaba come significativa d'un'epoca o di una situazione
ambientale o sociale, il folclorista può subito dimostrare
che lo stesso schema narrativo si ritrova pressoché identico
in un paese lontanissimo e in una situazione storico-sociale
assolutamente diversa [...]
Ridurre la fiaba al suo scheletro invariante contribuisce a
mettere in evidenza quante variabili geografiche e storiche
formano il rivestimento di questo scheletro; e lo stabilire
in modo rigoroso la funzione narrativa, il posto che vengono
a prendere in questo schema le situazioni specifiche del vissuto
sociale, gli oggetti dell'esperienza empirica, utensili d'una
determinata cultura, piante o animali d'una determinata flora
o fauna, può fornirci qualche notizia, che altrimennti
ci sfuggirebbe, sul valore che quella determinata società
attribuisce loro.
Da questa intuizione di Italo Calvino l'autore trae spunto per
proporre un metodo di lettura e di analisi della fiaba che,
partendo come in un'indagine poliziesca da tracce ed indizi
a prima vista insignificanti, arriva a definire le caratteristiche
ambientali e sociali dei luoghi e dei tempi in cui essa è
raccontata. Un
breve assaggio del testo « Le fiabe
oggi non vengono quasi più raccontate, se non in sporadiche
occasioni da anziani, ma anziani sul serio, ancora troppo legati
alle loro tradizioni di gioventù per lasciarle completamente
andare. Lo stesso Barozzi afferma che le fòle da lui
raccolte per lo più sono state una specie di operazione
artificiale, nel senso che il narratore non era più abituato
ormai da molti anni a raccontarle a nessuno e addirittura era
convinto che il raccoglitore lo stesse prendendo in giro; solo
in rarissimi casi appunto Barozzi dice di aver trovato una persona
che raccontava ancora abitualmente fòle, come Berta Bassi
Costantini, la prima narratrice della sua raccolta.
Erano invece comunemente narrate più o meno fino alla
seconda guerra mondiale, quando cioè ancora esisteva
praticamente intatto quel mondo agricolo che era il loro habitat
naturale, come conferma anche Tassoni nell'introduzione al suo
lavoro, secondo il quale per di più il processo di sfascio
di quell'ambiente era già iniziato addirittura dai primi
del Novecento, anche se sono convinto che si tratti più
di una sorta di mito romantico che di una concreta e oggettiva
osservazione. » |
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