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Daniele Lucchini
Calipso
38 pagine
prima edizione 2010
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Esistono
luoghi dai quali, pur detestandoli, non si riesce mai ad
allontanarsi, come se si fosse sottoposti all'incantesimo che teneva
Ulisse prigioniero sull'isola di Ogigia.
Esistono
luoghi che non si potranno mai amare, benché siano quelli di una
vita e cerchino d'imporsi in nome di un'intimità divenuta consueta,
come Calipso pretendeva d'imporre la propria al suo ormai riluttante
amato.
Questa breve silloge di testi redatti durante la seconda metà degli
anni Zero ha come tema conduttore la prigionia; non quella letterale di
chi si trova dietro le sbarre, ma quella più metaforica, benché non
necessariamente meno odiosa, di chi si trova costretto negli spazi
angusti - mentali e culturali ancor prima che fisici - di un anonimo
borgo di provincia con pretese di città.
Un
breve assaggio del testo «
Le strade di Lisbona gli tornavano in mente ogni volta che ascoltava un
disco di fado. Soprattutto quando a cantare era una voce femminile.
In realtà a Lisbona non aveva passato che una settimana, ma tanto era
bastato perché la città gli entrasse nel cuore, profondamente. Al punto
che gli era diventata sinonimo di nostalgia, di una nostalgia calda,
infantile. Un'idea di benessere, materna.
E invece trascorreva i giorni nel ventre della sua città madre come un
esiliato. Un villaggio di nemmeno cinquantamila residenti, freddo,
ostile ai suoi stessi abitanti e al limite dell'intolleranza nei
confronti dei forestieri.
E che dire del clima? Della costante brezza oceanica della capitale
portoghese, che rendeva gradevole anche l'estate? Nella sua città,
natio borgo selvaggio, come la chiamava citando con triste ironia
Leopardi, l'aria non si muoveva mai; sorta tra le paludi, tutto vi era
afa e zanzare. L'estate era un inferno: una specie di foresta pluviale
senza piante né ricchezza biologica. » |
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